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Un mulino ad acqua costruito nel 1700, nello splendido
scenario naturalistico di Cava Ispica, completamente restaurato grazie
all’intervento del Copai (consorzio promozione area iblea) e di Michele
Cerruto, proprietario dell’immobile. Il mulino era un funzione fino
alla prima metà del 1900. Dopo, per quasi cinquant’anni, è rimasto inattivo.
Oggi dopo un periodo dedicato a certosini lavori di ristrutturazione, il mulino
è visitabile e perfettamente funzionante. Il recupero del Mulino “Cavallo D’Ispica” - così è conosciuto – è stato
ritenuto valido quale meta di un percorso turistico, teso a valorizzare la
natura della zona e le antichissime tombe rupestri, le tracce della
colonizzazione romana. Un territorio che fu dominio dei Chiaramente e dei
Cabrera, i quali nel 1453, lo vendettero ad Antonio Caruso, una cui
discendente sposò Francesco Stella.
“Per ripristinare
l’antico mulino – afferma Corrado Monaca, presidente del Copai, in
perfetta sintonia con le direttive comunitarie previste dal fondo
“Leader” (nato per dare nuovo sviluppo alle aree rurali della
provincia di Ragusa) ha messo a disposizione dei privati parte delle somme
necessarie al suo ripristino e alla fruizione del pubblico”. “Abbiamo molti progetti in cantiere – racconta Monaca – Nostra
intenzione è quella di ripristinare tutta l’area attorno al mulino,
creando all’interno di strutture preesistenti, dei piccoli alloggi con
punti di ristoro per i visitatori. Incentivando in questo modo, i turisti
a visitare l’intera area. I lavori all’interno del mulino non sono
stati ancora ultimati. Dobbiamo ripristinare il garage, dove verrà creato
un bazar e un punto di informazioni turistiche”.
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Il mulino è stato
trasformato in una sorta di museo, dove sono stati restaurati e ricreati nei minimi particolari gli ambienti di lavoro del mugnaio. A guidare i
visitatori, oltre al proprietario dell’immobile, sono anche alcuni
giovani della cooperativa “progresso ibleo”. La casa del mugnaio dentro
una grotta. Con il letto di paglia, coperto con la “cutra”, a ”naca a vientu” (la culla dei neonati), “u cannizzu” (vecchio recipiente
adibito a contenere il frumento) costruito in canne (in modo che i topi
non potessero rosicchiarlo), la trappola per i topi, un girello per i
bambini, l’angolo cucina con “a tannura”. In un altro ambiente, rigorosamente d’epoca,la lavanderia con il
lavatoio di pietra. Inoltre la stalla e il fienile per gli asini, il
pavimento di “cuticcia”, la mangiatoia, i “crueddi” colmi di
paglia e i “trarenti” di legno. Infine la stanza della molitura, con
le vecchie bilance e i
crivelli. “Anche la
farina viene macinata – dice Michele Cerruto, proprietario del mulino
– seguendo l’antico funzionamento. L’acqua arriva dalla sorgente di
Baravitalla e attraverso un canale passa dentro dei filtri che impediscono
il passaggio di impurità. Da qui entra in un cono cilindrico del diametro
iniziale di un metro e mezzo e poi finisce con un diametro di appena dieci
centimetri. L’inclinazione del 35%, il restringimento del cono e la sua
profondità di ben undici metri, permettono all’acqua di avere una
velocità notevole. L’acqua, poi, arriva fino ad una ruota a palette che
aziona la macina”. Uno straordinario connubio
tra passato e presente. Per continuare quella produzione di farina
integrale iniziata tanti decenni fa.
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